F. Petrarca – Il Canzoniere (XIII)

Quando fra l’altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
quanto ciascuna è men bella di lei
tanto cresce ‘l desio che m’innamora.

I’ benedico il loco e ‘l tempo et l’ora
che sí alto miraron gli occhi mei,
et dico: Anima, assai ringratiar dêi
che fosti a tanto honor degnata allora.

Da lei ti vèn l’amoroso pensero,
che mentre ‘l segui al sommo ben t’invia,
pocho prezando quel ch’ogni huom desia;

da lei vien l’animosa leggiadria
ch’al ciel ti scorge per destro sentero,
sí ch’i’ vo già de la speranza altero.

Dante Alighieri – La Divina Commedia – Inferno – Canto I

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggiera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’ era dal principio del mattino,
e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test’ alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ‘l tempo che perder lo face,
che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ‘l sol tace.

  G.Boccaccio – Il Decamerone (frammento)

Tancredi principe di Salerno fu signore assai umano e di benigno ingegno; se egli nello amoroso sangue nella sua vecchiezza non s’avesse le mani bruttate; il quale in tutto lo spazio della sua vita non ebbe che una figliuola, e piu felice sarebbe stato se quella avuta non avesse.

Costei fu dal padre tanto teneramente amata, quanto alcuna altra figliuola da padre fosse giammai; e per questo tenero amore, avendo ella di molti anni avanzata l’eta del dovere avere avuto marito, non sappiendola da si partire, non la maritava; poi alla fine ad un figliuolo del duca di Capova datala, poco tempo dimorata con lui, rimase vedova e al padre tornossi. Era costei bellissima del corpo e del viso quanto alcun’altra femina fosse mai, e giovane e gagliarda e savia piu che a donna per avventura non si richiedea. E dimorando col tenero padre, come gran donna, in molte dilicatezze, e veggendo che il padre, per l’amor che egli le portava, poca cura si dava di piu maritarla, né a lei onesta cosa pareva il richiedernelo, si penso di volere avere, se esser potesse, occultamente un valoroso amante.

E veggendo molti uomini nella corte del padre usare, gentili e altri, si come noi veggiamo nelle corti, e considerate le maniere e i costumi di molti, tra gli altri un giovane valletto del padre, il cui nome era Guiscardo, uom di nazione assai umile ma per virtu e per costumi nobile, piu che altro le piacque, e di lui tacitamente, spesso vedendolo, fieramente s’accese, ogn’ora piu lodando i modi suoi. E il giovane, il quale ancora non era poco avveduto, essendosi di lei accorto, l’aveva per si  fatta maniera nel cuore ricevuta, che da ogni altra cosa quasi che da amar lei aveva la mente rimossa.

In cotal guisa adunque amando l’un l’altro segretamente, niuna altra cosa tanto disiderando la giovane quanto di ritrovarsi con lui, né volendosi di questo amore in alcuna persona fidare, a dovergli significare il modo seco penso una nuova malizia. Essa scrisse una lettera, e in quella cio che a fare il di seguente avesse per esser con lei gli mostrň; e poi quella messa in un bucciuol di canna, sollazzando la diede a Guiscardo, dicendo:

– Fara’ne questa sera un soffione alla tua servente, col quale ella raccenda il fuoco.

Guiscardo il prese, e avvisando costei non senza cagione dovergliele aver donato e cosi detto, partitosi, con esso se ne torno alla sua casa, e guardando la canna e quella veggendo fessa, l’aperse, e dentro trovata la lettera di lei e lettala, e ben compreso cio che a fare avea, il piu contento uom fu che fosse giammai, e diedesi a dare opera di dovere a lei andare, secondo il modo da lei dimostratogli.

 Giorgio Vasari – Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550)

FRA’ GIOVANNI DA FIESOLE
Pittor Fiorentino
Certamente chi lavora opere ecclesiastiche e sante, doverrebbe egli ancora dell’ essere ecclesiastico e santo, perché si vede che, quando elle sono operate da persone che poco credino e manco stimino la religione, fanno spesso cadere in mente appetiti disonesti e voglie lascive; onde nasce il biasimo dell’opre nel disonesto, e la lode nell’artificio e nella virtú. Ma io non vo’ già che alcuni s’ingannino, interpretando il devoto per goffo et inetto, come fanno certi che, veggendo pitture dove sia una figura o di femmina o di giovane, un poco piú vaga e piú bella e piú adorna d’ordinario, le pigliano e giudicano subito per lascive. Né si avveggano che non solo dannano il buon giudizio del pittore, il quale tiene de’ santi e sante che son celesti, e tanto piú belle della natura mortale quanto avanza il cielo la terrena bellezza dell’opere nostre, ma ancora scuoprono l’animo loro essere infetto e corrotto, cavando male e voglie non oneste di quello; che se e’ fussino amatori della onestà come in quel loro zelo sciocco voglion mostrare, eglino ne caverebbono desiderio del cielo e laude del sommo Iddio, da ’l quale perfettissimo e bellissimo nasce ogni bellezza delle creature sue.

Veramente fu fra’ Giovanni santissimo e semplice ne’ suoi costumi, e questo solo faccia segno della bontà sua, percioché volendo una matina Papa Nicolò V dargli desinare, si faceva conscienzia mangiar de la carne, senza licenza del priore, non pensando alla autorità del pontefice. Schifò tutte le azzioni del mondo, e pura e santamente vivendo, fu de’ poveri tanto amico, quanto pensò che l’anima sua avesse a essere del cielo. Egli tenne del continuo in esercizio il corpo occupato nella pittura, né mai volle lavorar cose altro che di santi. Potette esser ricco, e non se ne curò, anzi diceva la vera ricchezza essere il contentarsi di poco. Possette comandare a molti, e lo schifò, dicendo esser men fatica e manco errore ubbidire altrui. Puotè aver dignità ne’ frati e fuori, e non le stimò, dicendo la maggior dignità è cercar fuggire lo inferno et accostarsi al paradiso. Era umanissimo e molto sobrio, e castamente vivendo, da i lacci del mondo si sciolse, usando dire spesso che chi faceva questa arte aveva di bisogno di quiete, e di vivere senza pensieri, e d’attendere all’anima, e chi fa cose di Cristo, con Cristo debbe star sempre.

Dicesi che non fu mai veduto in collera tra’ frati, il che grandissima cosa mi pare a credere, e che sempre sogghignando semplicemente ammoniva gli amici. E con amorevolezza a ognuno che ricercava opre da•llui, diceva che ne facesse esser contento il priore, et egli sempre farebbe cosa che gli fosse in piacere. I suoi ragionamenti erano umilissimi e bassi, e l’opre sue furono sempre tenute bellissime et eccellenti. Fu chiamato al secolo Guido detto Guidolino; poi frate di San Marco di Fiorenza, fu nominato frate Giovanni Angelico de’ frati predicatori. Costui fu nelle sue opere molto facile e devoto; et invero si può dire che i santi non abbino aria piú modesta da santi che quegli che da esso furono lavorati. Fu costui al secolo pittore e miniatore, et in San Marco di Fiorenza sono alcuni libri miniati di sua mano; e perché era di conscienza e quieto, per sodisfazzione dell’anima sua si ridusse a la religione, per vivere piú onesto, con bonissimo animo di lasciare il mondo in tutto e per tutto.
Lavorò in fresco cose assai, et in tavola similmente; e nella cappella della Nunziata di Fiorenza dipinse l’armario dell’argenterie che in detta cappella sono, e condusse infinito numero di storie di figurine piccole con somma diligenza. A San Domenico da Fiesole sono alcune sue tavole, ma una Nunziata fra l’altre, che nella predella dello altare ha storie piccole di San Domenico e della Nostra Donna, che diligentissime e bellissime sono; cosí l’arco sopra la porta di essa chiesa. In Fiorenza fece a Cosimo de’ Medici la tavola dell’altar maggiore di San Marco, et in fresco il capitolo di detti frati, pagato da Cosimo, e sopra ogni porta nel chiostro mezze figure et un Crocifisso, et in tutte le celle de’ frati una storia del Testamento Nuovo per ciascuna. Fece in Santa Trinita nella sagrestia una tavola d’un Deposto di Croce, nella quale usò gran diligenza, et è delle piú belle cose che facesse mai; et una altra tavola, a San Francesco fuor della porta a San Miniato, d’una Nunziata. In Santa Maria Novella fece il cereo pasquale dipinto di storie piccole et altri reliquieri con istorie di figure da tenere sull’altare. Et in Badia sopra una porta del chiostro, un San Benedetto che accenna silenzio. Fece ancora a’ Linaiuoli una tavola, la quale è nell’Arte loro. Dipinse a Cortona uno archetto sopra la porta della chiesa del convento loro, similmente la tavola della chiesa. Ad Orvieto cominciò una volta con certi profeti, in duomo alla cappella della Madonna; la quale fu poi finita da Luca da Cortona. Fece medesimamente alla Compagnia del Tempio in Fiorenza una tavola d’un Cristo morto; e negli Agnoli di Fiorenza un Paradiso et un Inferno di figure piccole. Et in Santa Maria Nuova al tramezzo della chiesa si vede ancora una tavola sua.
Per questi tanti lavori si divulgò per la Italia molto altamente la fama di questo maestro, giudicato da tutti non manco santo che eccellente. Avendo egli in consuetudine di non ritoccare o racconciare alcuna sua dipintura, ma lasciarle sempre in quel modo che erano venute la prima volta, per credere (secondo che egli diceva) che cosí fusse la volontà di Dio. Dicono alcuni che fra Giovanni non arebbe preso i pennelli se prima non avesse fatto orazione. Non fece mai Crocifisso, che e’ non si bagnasse le gote di lagrime. Onde certamente si conosce nelle attitudini delle figure sue, la bontà del grande animo suo nella religion cristiana. Perciò sentí la fama sua Papa Niccola V e mandato per lui, et a Roma condottolo, gli fece fare la cappella del palazzo, dove il papa ode la messa, con un Deposto di Croce e con istorie bellissime di San Lorenzo, dove ritrasse Papa Niccola di naturale. Fece ancora nella Minerva la tavola dello altar maggiore con una Nunziata, che ora è locata allato alla cappella grande a canto un muro. E la cappella del Sagramento in palazzo per detto papa, ruinata al tempo di Papa Paulo III per drizzarvi le scale; cosa molto eccellente nella maniera sua. E perché al papa pareva persona di santissima vita, quieto e modesto, et aveva respetto et amore alla sua bontà, vacando in quel tempo l’Arcivescovado di Fiorenza, ordinò che fra’ Giovanni ne fusse investito, parendogli ch’egli piú d’ogni altro degno ne dovessi essere. Intendendo ciò, il frate supplicò a Sua Santità che provvedesse d’uno altro, percioché egli non era buono a governar popoli; ma che nella religione avevano un frate amorevole de’ poveri, il quale era persona santa, dottissima e di grandissimo governo, il quale amava egli quanto se stesso.

Per il che se e’ piacesse a Sua Santità di darlo a questo tale, lo riputerebbe propriamente, come se e’ fusse collocato nella stessa persona sua. Il papa, sentendo questo, gli fece la grazia liberamente; e cosí fu fatto Arcivescovo di Fiorenza frate Antonio dello ordine de’ predicatori, che da Papa Adriano VI fu poi canonizzato ne’ tempi nostri. Era fra’ Giovanni tanto continovo nella arte, che e’ lavorò infinite cose, le quali si sono smarrite, e pure tuttavia se ne ritruova qualcuna in diversi luoghi. Aiutò sempre i poveri de le sue fatiche, né mai abbandonò la religione. Morí di anni LXVIIII nel MCCCCLV. E lasciò suoi discepoli Benozzo Fiorentino, che imitò sempre la sua maniera; Zanobi Strozzi, che fece quadri e tavole per tutta Fiorenza per le case de’ cittadini, e particularmente una tavola posta oggi nel tramezzo di Santa Maria Nuova allato a quella di fra’ Giovanni; Gentile da Fabbriano, e parimente Domenico di Michelino, il quale in Santo Apolinare fece la tavola a lo altare di San Zanobi, e nel convento degli Agnoli un Giudizio con infinito numero di figure. Fu sepolto fra’ Giovanni da’ frati suoi nella Minerva di Roma, lungo la entrata del fianco presso alla sagrestia, in un sepolcro di marmo tondo.

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Alessandro Manzoni – I promessi sposi

 Giunto, tra il tumulto di questi pensieri, alla porta di casa sua, ch’era in fondo del paesello, mise in fretta nella toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: – Perpetua! Perpetua! -, avviandosi pure verso il salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la cena. Era Perpetua, come ognun se n’avvede, la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolìo e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche.

Vengo,” rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il fiaschetto del vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente; ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, ch’egli v’entrò, con un passo così legato, con uno sguardo così adombrato, con un viso così stravolto, che non ci sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era accaduto qualche cosa di straordinario davvero.

Misericordia! cos’ha, signor padrone?”

Niente, niente,” rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone.

« Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com’è? Qualche gran caso è avvenuto. »

« Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che non posso dire. »

« Che non può dir neppure a me? Chi si prenderà cura della sua salute? Chi le darà un parere?… »

« Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio vino. »

« E lei mi vorrà sostenere che non ha niente! » disse Perpetua, empiendo il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in premio della confidenza che si faceva tanto aspettare. « Date qui, date qui, » disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una medicina.

« Vuol dunque ch’io sia costretta di domandar qua e là cosa sia accaduto al mio padrone? » disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto.

« Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne va… ne va la vita! »

« La vita! »

« La vita. »

« Lei sa bene che, ogni volta che m’ha detto qualche cosa sinceramente, in confidenza, io non ho mai… »

« Brava! come quando… »

Perpetua s’avvide d’aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito il tono, « signor padrone, » disse, con voce commossa e da commovere, « io le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura, perchè vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l’animo… »

Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver respinti sempre più debolmente i nuovi e più incalzanti assalti di lei, dopo averle fatto più d’una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti ohimè, le raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome terribile del mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme di comando e di supplica, e dicendo: « per amor del cielo! »

« Delle sue! » esclamò Perpetua. « Oh che birbone! oh che soverchiatore! oh che uomo senza timor di Dio! »

« Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto? »

« Oh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma come farà, povero signor padrone? »

« Oh vedete, » disse don Abbondio, con voce stizzosa: « vedete che bei pareri mi sa dar costei! Viene a domandarmi come farò, come farò; quasi fosse lei nell’impiccio, e toccasse a me di levarnela. »

« Ma! io l’avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi… »

« Ma poi, sentiamo. »

« Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro arcivescovo è un sant’uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando può fare star a dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera, per informarlo come qualmente… »

« Volete tacere? volete tacere? Son pareri codesti da dare a un pover’uomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! l’arcivescovo me la leverebbe? »

« Eh! le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre veduto che a chi sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta rispetto; e, appunto perché lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a… »

« Volete tacere? »

« Io taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo s’accorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le… »

« Volete tacere? È tempo ora di dir codeste baggianate? »

« Basta: ci penserà questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da sé, a rovinarsi la salute; mangi un boccone. »

« Ci penserò io,  » rispose, brontolando, don Abbondio: » sicuro; io ci penserò, io ci ho da pensare  » E s’alzò, continuando: « non voglio prender niente; niente: ho altra voglia: lo so anch’io che tocca a pensarci a me. Ma! la doveva accader per l’appunto a me. »

« Mandi almen giù quest’altro gocciolo, » disse Perpetua, mescendo. « Lei sa che questo le rimette sempre lo stomaco. »

« Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro. » Così dicendo prese il lume, e, brontolando sempre: – una piccola bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com’andrà? – e altre simili lamentazioni, s’avviò per salire in camera. Giunto su la soglia, si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne : « per amor del cielo! » e disparve.

I promessi sposi

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