Termini utili

Nella bocca abbiamo la distinzione: vocali e consonanti. Secondo la distinzione tradizionale le vocali sono dette così perché potrebbero pronunciarsi da sole, mentre le consonanti consuonano, cioè possono pronunciarsi solo se appoggiate a una vocale. Ma questa distinzione non ècorretta, o almeno valida per il latino e il greco, perché noi possiamo pronunciare una consonante da sola, come P o S, oppure si vedono parole solo con consonanti. La distinzione in realtàè dovuta al fatto che le vocali sono suoni, mentre le consonanti sono tipici rumori.

Le vocali si realizzano mediante i movimenti della lingua: per realizzare la A la lingua si appiattisce sul pavimento della bocca. Per pronunciare una e aperta, una e chiusa e una i la lingua si solleva verso il palato duro, e dunque sono dette palatali o anteriori. Se la lingua si solleva verso il palato molle abbiamo invece la o, aperta e chiusa, e la u, e dunque sono dette vocali velari o posteriori, oppure ancora labiali, perché vengono articolare la protrusione, cioè arrotondamento e spinta in fuori delle labbra. Queste sono le vocali toniche, raggruppate nel triangolo vocalico:

Una vocale si dice in sillaba aperta o libera quando è posta alla fine della sillaba; mentre se la sillaba finisce per consonante si parla di chiusa o implicata. In campo la prima sillaba è implicata, la seconda è libera. Una s seguita da consonante foneticamente fa sempre sillaba con la vocale precedente, in contrasto con la norma ortografica che vorrebbe vas-ca, re-sto.

Il latino volgare

Per il latino parlato le fonti sono rare, ma sufficienti a darci un quadro abbastanza nitido:

  1. le iscrizioni private: molto importanti quelle dei lapicidi, e dei graffiti, importanti quelli di Pompei che sono databili.
  2. testimonianze di grammatici:  il caso dell’Appendix Probi,  scritta da un anonimo maestro in appendice alle opere del grammatico Probo, risalente probabilmente al 3 secolo d.C. Si tratta di un elenco di 227 parole secondo lo schema speculum non speclum ,auris non oricla, columna non colomna.
  3. testimonianze di scriventi popolari o semianalfabeti; ovviamente le opere sono andata perse per la maggior parte, perché non venivano ritenute  importanti da essere trascritte, eppure alcune sono sopravvissute, come la Peregrinatio Eterie, il diario di una monaca in pellegrinaggio in terra santa, o lettere scritte da un soldato del tempo di Traiano.
  4. testimonianze di autori letterari che volevano riprodurre il parlato anche a fini parodici, come Plauto e Petronio.
  5. la ricostruzione moderna

TRASFORMAZIONI LATINE

Caduta della M fin da eta’ repubblicana
Tendenza alla monottongazione dei dittonghi AE OE
Caduta di NS
Perdita della quantita’delle vocali in favore della qualita’ o timbro
Colasso delle declinazioni e del sistema dei casi
Perdita del neutro

DITTONGAMENTO TOSCANO

E’ uno dei fenomeni più tipici dell’italiano letterario derivato dalla toscanità, consiste nel dittongamento di una E o O breve latina tonica in sillaba libera in posizione incondizionata, cioè indipendentemente dalla presenza di un determinato fono successivo.
Diverso dal dittongamento toscano è il dittongamento metafonetico, caratteristico dei dialetti meridionali. In questi dialetti la E e la O breve latina si dittongano, tanto in sillaba aperta quanto implicata, solo a condizione che nella sillaba finale della base latina si trovasse una I lunga o una U breve. Il fenomeno tocca l’italiano solo nei casi dei cognomi meridionali, come Luongo da Longum, Cappiello da Cappellum, e si trova nel nome del tribuno trecentesco Cola di Rienzo.
Alcune caratteristiche del dittongamento toscano sono :
E breve:  dedit  > diede, ferum > fiero, heri  > ieri, petram > pietra.
O breve: bonum > buono, core > cuore, locum > luogo, nocet > nuoce, novum > nuovo.
Il fenomeno non si produce nei latinismi, per cui dall’aggettivo decimum si ha decimo, mentre il numerale decem a dato regolarmente dieci.
Il dittongamento non è sistematico nei proparossitoni, cioè nelle parole accentate nella terzultima sillaba, così se è vero che abbiamo levitum > lievito, homines > uomini, socerum > suocero, tepidum > tiepido, si registrano anche operam > opera pecora > pecora.
Da erat,  erant si è avuto regolarmente nel fiorentino del 1200 le forme iera e ierano, successivamente il dittongo è stato eliminato per effetto della regola del dittongo mobile. Per cui i dittonghi ie e uo si dicono dittonghi mobili perché tendono a ridursi, fuori accento, alla sola vocale. Il fenomeno è evidente nei paradigmi verbali: siede, sediamo, nelle basi latine c’è la stessa vocale una E breve, ma il dittongo si produce solo sotto accento, o viene, veniva;  si manifesta anche in serie corradicali, cioè con parole grammaticalmente distanti che presentano la stessa radice: piede padata, muove movimento, siede sedile. Nel caso di iera, ierano, bisogna tenere conto che le due parole non si pronunciano normalmente prima di una pausa ma in stretta relazione con una parola successiva su cui cade un accento, per esempio era bello, era vero. In questi casi il dittongo veniva a trovarsi in posizione protonica e tendeva a ridursi alla sola componente vocalica.
In tre parossitoni, cioè parola accentate sulla penultima sillaba, il dittongamento non si verifica: bene, novem, illei. Per bene si può pensare al meccanismo del dittongo mobile all’interno di frase, mentre per novem si è pensato all’influsso del latino , mentre per illei non c’è spiegazione.
In due casi l’italiano antico aveva un dittongo che poi si è monottongato nell’italiano moderno:
1) dopo un gruppo di consonante più R: brevem > brieve,  precat > priega, tremat > triema,  probat > pruova.
2) dopo un fono palatale (gn, gli) si manifesta molto presto una tendenza alla riduzione, che tuttavia non ha completamente eroso certe forme dittongate rimaste nell’uso scritto, come filiolum > figliuolo, areolam > aiula, iocat > giuoca.

ANAFONESI

E’ l’innalzamento  (dal greco sopra suono) delle due vocali chiuse toniche, E O, davanti a determinanti foni consonantici. Si innalzano di un tono perché per pronunciarle dobbiamo sollevare più in alto le labbra. E’ un fenomeno tipicamente toscano , anzi anticamente neppure di tutta la Toscana ma solo di Firenze, Prato, Pistoia, Lucca Pisa e Volterra. Se ne distinguono due tipi:
1) la E del latino volgare diventa I davanti a GL e GN, purche provenienti dal latino classico Lj e Nj, per esempio :
GRAMINEAM- GRAMEGNA-GRAMIGNA
CONSILUM- CONSEGLIO-CONSIGLIO
FAMILIAM-FAMEGLIA-FAMIGLIA
In ogni caso se GN proviene da un nesso latino GN l’anafonesi non si produce, per esempio lignum > legno, signum > segno. Evidentemente all’epoca dell’anafonesi il nesso GN non era ancora pronunciato  bensì come il tedesco Wagner.
2) La E del latino volgare diventa I tonica, e la O diventa U quando segue o seguiva una nasale velare, ossia davanti a nessi NG, NK, tuttavia nella formula ONK la O si conserva. Per esempio:
LINGUAM- LENGUA- LINGUA
VINCO- VENCO – VINCO
FUNGUM- FONGO- FUNGO

CHIUSURA DELLE VOCALI TONICHE IN IATO

Le vocali toniche E O  aperte o chiuse seguite da un’altra vocale che non sia I tendono a chiudersi, fino ad arrivare alle vocali estreme I U. Nel caso che lo iato risalga già al latino classico, la vocale tonica era breve in base alla norma prosodica "vocalis ante vocalem brevis est".

Esempi:
EGO- EO-IO
MEUM- MEO-MIO
DEUM-DEO –DIO
TUAM-TOA-TUA
DUAS-DOE-DUE
BOVEM-BOE-BUE
Invece davanti a I: MEI-MIEI.
Il fenomeno manca nei latinismi tra cui numerosi nomi propri, soprattutto quelli influenzati dalla Chiesa nel Medioevo come Matthaeus (Matteo), Bartholomeaus (Bartolomeo), Andreas (Andrea). Inoltre si è conservata la e dell’antica desinenza dell’imperfetto dei verbi in ERE: temea, parea, prendea, certo per ragioni morfologiche essendo già in IA  la desinenza dei verbi della 4 coniugiazione latina, sentia.

TRATTAMENTO DI E PROTONICA

Una E protonica del latino volgare tende a chiudersi in I  in un’area che era limitata alla Toscana.

Esempi:
DECEMBREM- DECEMBRE-DICEMBRE
MENSURAM-MESURA-MISURA
MINOREM-MENORE-MINORE
Nel fiorentino antico alcune parole hanno mantenuto la E protonica a lungo, così migliore, nipote, segnore, pregione, melano. Il fenomeno avviene non solo all’interno di parola ma anche di frase, coinvolgendo i monosillabi dotati di scarso corpo fonico che tendono ad appoggiarsi alla parola seguente. Così DE ROMA diventa di Roma, ME LAVO  diventa mi lavo, TE AMAT  diventa ti ama. Si parla così di protonia sintattica. Tuttavia questa norma è soggetta a molti turbamenti : molte parole che nell’italiano antico avevano i protonica hanno oggi e per effetto della rilatinizzazione di età rinascimentale,  è il caso di felice e delicato, eguale; non c’è nei latinismi e nei semilatinismi, cioè forme in cui tratti popolari convivono con tratti colti, come veleno, segreto; nelle parole di origine straniera importate da lingue che conservano la e protonica, la vocale può mantenersi anche in italiano, così in regalo dallo spagnolo, petardo e dettaglio dal francese; nelle forme verbali rizotoniche, con accento cioè sulla radice, e con desinenza atona, come pensat rimane pesa, vìdet rimane vide.

TRATTAMENTO DI I BREVE POSTONICO NON FINALE

Nella stessa area in cui E protonica tendeva a passare a I era spontaneo un altro fenomeno, sistematico: la E postonica non finale del latino volgare corrispondente alla I breve del latino classico si chiudeva in I.

Esempi:
HOMINES-  UOMENI- UOMINI
ANIMAM- ANEMA- ANIMA

Se la E postonica non finale del latino volgare rappresenta una E breve invece del latino classico tende a mantenersi in italiano, in particolare davanti a R :
LITTERAM-LETTERA
DIXERUNT-DISSERO
LEGERE-LEGGERE
MITTERE-METTERE

AR ED ER INTERTONICI E POSTONICI

Nel fiorentino il gruppo AR in posizione intertonica ( cioè tra accento principale accento secondario, per esempio in Margarita accento principale sulla penultima e accento secondario sulla sillaba iniziale) e postonica passa ad ER. Quindi Margarita passa a Margherita, Lazarum passa a Lazzero.
E’ una tendenza tipica solo di Firenze, non condivisa nemmeno dai dialetti toscani antichi che modificano AR solo nei futuri e nei condizionali della prima coniugazione. I casi in cui si presenta sono:
SUFFISSIO –ARIA  (calzoleria, porcheria)
SUFFISSO –ARELLO (fatterello)
SUFFISSO ARECCIO (villereccio)
SUFFISSO – AROZZO (bacherozzo)
Tuttavia il fenomeno oggi è in declino, inoltre si sono affermate negli ultimi decenni si sono affermate forme suffissali di origine non fiorentina, ma romane, meridionali o milanesi, come spogliarello, mozzarella, pennarello, casereccio, acquarello.

LABIALIZZAZIONE DELLA VOCALE PROTONICA

In alcuni casi un fono labiale successivo ( le tre occlusive  P B M e le due labiodentali F V) ha determinato l’alterazione della vocale palatale precedente, attirandola come O U  :esempi:
DEBERE-DEVERE-DOVERE
DEMANDARE- DOMANDARE
LIMACA-LUMACA

FENOMENI GENERALI
PROSTESI, EPENTESI, EPITESI

Consiste nell’aggiunta di un elemento in posizione iniziale (prostesi), in posizione intermedia (epentesi), in posizione finale (epitesi). In italiano è tipica la prostesi di I davanti a parole comincianti per S più consonante (la S impura), quindi iscuola, iscritto. Ma il fenomeno è quasi del tutto scomparso. L’epentesi può consistere nell’aggiunta di una vocale o di una consonante, per esempio l’inserimento di una V per estirpare uno iato: Ioannes > Giovanni, Mantuam > Mantova. Può anche consistere nell’aggiunta  di una I per evitare il gruppo SM che il latino aveva assunto per derivazioni greche, come spasmum >  spasimo, phantasma > fantasima.
Un esempio di epitesi vocalica è lo sviluppo della vocale d’appoggio E in monosillabi ossitoni, propria dei toscani, come pièu, virtùe.

AFERESI E SINCOPE

SONO FENOMENI PER CUI SI PERDE UN FONO O UNA SILLABA IN POSIZIONE INIZIALE-AFERESI- CENTRALE-SINCOPE. O FINALE-APOCOPE.
Un esempio di aferesi sillabica è la discrezione dell’articolo, per cui per effetto della stretta unione tra articolo e parola i parlanti possono interpretare come articolo una elle iniziale che viene così separata dalla parola stessa. E’ il caso di Labellum, poi diventato lavello o avello per indicare una tomba. Spesso la discrezione riguarda la A iniziale, sentita come la vocale dell’articolo femminile, come la apiculam, avvertito come la pecchia.
Per quanto riguarda la sincope ci sono due casi:
sincope della vocale postonica del suffisso – ulum, -ulam, dunque vetelum vecchio, speculum specchio, circulum cerchio.
Sincope della vocale intertonica: cerebellum cervello, bonitadem boutade, verecundiam vergogna.

APOCOPE

 
Bisogna distinguere tra apocope vocalica e sillabica. Quella sillabica sopravvive in italiano solo in GRAN E SAN. Nel caso delle preposizioni articolate come dello-del, allo-al si avrà semplice apocope vocalica: la vocale finale, cadendo, ha determinato automaticamente la riduzione d’intensità della laterale precedente, dal momento che una consonante intensa può essere solo in posizione intervocalica.  L’italiano antico presentava qualche altro caso di apocope sillabica come ver per verso, che si trova in Dante, e me per meglio. L’apocope vocalica può essere obbligatoria (buon giorno professor bianchi) o facoltativa (amor mio, bicchier d’acqua). L’apocope facoltativa ha una distribuzione disomogenea: molto frequente in Toscana e nell’Italia settentrionale, è rara o inusitata a Roma e al Sud. Le condizioni che consento l’apocope sono :
La parola non deve trovarsi in fine di frase o comunque davanti a pausa. Lapocope era presente in fine di verso nell’italiano poetico, come in Carducci né il sol più ti rallegra né ti risveglia amor, istituto creato da Leonardo Giustinian, e dal secentista Chiabrera.
La vocale deve essere atona.
La vocale deve essere preceduta da liquida o nasale, dunque l,r,m,n.
La vocale non deve essere  né A, tranne che in ora, allora i composti, né I E se hanno valore morfologico, esempio servono per il plurale.
Anche se tutti questi casi esistono, non è detto che l’apocope si verifichi, tanto che in molti casi non avviene, come in car padre che non si usa. Non si ha mai apocope nemmeno in un discorso tecnico o scientifico. Inoltre non deve essere confusa con l’elisione, che è invece la perdita della vocale finale atona di una parola davanti alla vocale iniziale della parola seguente, dunque a differenza dell’apocope, è condizionata dal contesto sintattico. Questo spiega perché l’elisione ha bisogno di un apostrofo, mentre l’apocope generando una parola automa non ne necessita.
RADDOPPIAMENTO FONOSINTATTICO

Quando un meridionale deve dire a casa in realtà pronuncia accasa, con una velare sorda di tipo intenso.
In questo caso bisogna partire dall’assimilazione consonantica: nell’incontro di due consonanti non ammesse dal contesto linguistico la reazione più frequenta è l’assimilazione di una consonante all’altra, per cui una delle due consonanti rende simile a sé l’altra, col risultato di una sola consonante di grado intenso. Possono aversi due possibilità:
1. assimilazione progressiva: l’elemento che si impone è quello che sta davanti
2. assimilazione regressiva: si impone l’elemento che sta dietro.
Normalmente nel passaggio dal latino volgare all’italiano si hanno assimilazioni regressive, per esempio factum diventa fatto, ruptum rotto. Mentre un esempio di assimilazione progressiva è offerto dai dialetti centro meridionali, in cui il nesso ND, per effetto del sostrato osco umbro, passa a NN, dando luogo quanno e simili. Per questo motivo noi pronunciamo accasa: il raddoppiamento fonosintattico è praticamente un’assimilazione regressiva all’interno di frase, come ad vos è diventato avvoi. Anzi all’interno di frase i fenomeni di assimilazione si verificano con maggiore regolarità rispetto alle singole parole, come tres capras : treccapre, iam passatum giappasato.
Il fenomeno non è registrato nella grafia a meno che le due parole non siano scritte unite, essendo percepite come una parola sola: univerbazione, come in dappoco, eppure, macchè, soprattutto; al contratio dei dialetti dell’Italia settentrionale dove le consonanti intense tendono a diventare tenui.
Il raddoppiamento fonostinattico avviene in tre casi:
1. Dopo un monosillabo cosiddetto forte, ovvero con accento grafico, come dà né è, e di diverse forme disaccentate, come chi, da, do, fra, ha, ho, ma ,se (esempio cheffai)
2. Dopo un qualsiasi polisillabo ossitono  (virtussomma, caffèllungo)
3. Dopo le parole baritone, cioè non accentate sull’ultima sillaba, come com’emme, qualcheccosa.
Alcune forme non dovrebbero determinare questo fenomeno eppure accade, il motivo è stato spiegato da Lo porcaro: in una prima fase si aveva concomitanza tra raddoppiamento fonostinattico provocato dalla consonante finale e accento sulla vocale immediatamente precedente. Una volta perdute le consonanti finali, l’accento finale diviene un naturale candidato al ruolo di condizione fonologica per la determinazione del raddoppiamento: viene così esteso il potere raddoppiante a ogni altra parola terminante in vocale accentata, indipendentemente dalla presenza di consonanti finali etimologiche.

LABIOVELARE

 
E’ labiovelare il nesso costituito da un elemento velare K o G e da un’appendice labiale, la semiconsonante wau. Esiste la labiovelare sorda (KW: cuore, quasi) e labiovelare sonora (GW: guerra, guasto).
La labiovelare sonora in posizione iniziale è l’indizio nella stragrande maggioranza dei casi di germanismo, come guerra, guardare, guarir. Tra le poche eccezioni solo guaiaco, un albero tropicale, che origina da una lingua precolombiana poi mutuata attraverso lo spagnolo. Mentre in Guado (da Vadum), Guastare (da Vastare) e Guaina (da Vaginam) si ha germanizzazione secondaria. In posizione interna una labiovelare sonora poteva aversi invece anche in latino: come sanguen, linguam.
La labiovelare sorda invece in posizione iniziale si è conservata solo davanti ad A, come quattor, qualem, quid, quis.

 SPIRANTIZZAZIONE DELLA LABIALE SONORA INTERVOCALICA


Fin dai primi secoli di era volgare la B latina si è trasformata in costrittiva, e questo fono B occlusivo, sconosciuto all’italiano è passato solo allo spagnolo. In area italiana invece la B latina ha presto modificato il luogo di articolazione dando vita a una labiodentale sonora V, cioè a una costrittiva spirante: come Habere (avere), Debere (dovere), Fabula (favola). I casi di conservazione di B sono cultismi, come abitare, subito, nobile, gleba, e si è conservata anche nei germanismi, entrati troppo tadi perché B potesse spirantizzarsi: come in roba, rubare, Roberto.

SONORIZZAZIONE CONSONANTICA


Le consonanti sorde in posizione iniziale restano generalmente intatte. Un certo numero di sonorizzazioni si ha solo nel caso della velare K. Spesso il fenomeno risale al latino volgare e riguarda grecismi, come Camba che diventa gamba, Cammarum che diventa gambero, ma anche parole latine come Cattum da cui gatto, Quiritare da cui gridare.
Mentre molto importante è la sonorizzazione  delle consonanti in posizione intervocalica e interconsonantica (cioè tra vocale ed R), un fenomeno generale nella Romania occidentale ( e nei dialetti dell’Italia settentrionale) in cui la consonante sonorizzata può successivamente spirantizzarsi e poi cadere, come Amicam in francese amie. Le consonanti interessate sono quattro:
K——-G
T——-D
P——-B
S——–Z
La sonorizzazione della sibilante interessa la grande maggioranza dei casi in Toscani (la sorda resiste solo in casa, cosa, così e nel suffisso OSO); ma per la mancata registrazione grafica non è riuscita a diffondersi nel resto d’Italia. Quanto alle occlusive la sonorizzazione è parziale e non riguarda la maggioranza degli esempi utili:
LACUM—–lago, ACUM——-ago, LOCUM——luogo, MACRUM—magro: MA SI CONSERVA IN AMICO, FUOCO, LUMACA, ORTICA.
HOSPITALEM—-ospedale, SCUTUM—-scudo, STRATAM—–strada, MATREM—–madre; MA SI CONSERVA IN FRATELLO, LIETO, NIPOTE, VITELLO, PIETRA.
EPISCOPUM—–versovo, RECIPERE—-ricevere, RIPAM—riva: MA SI CONSERVA IN CIPOLLA, APERTO, LEPRE.
Come si vede ci sono numerose alternanze, per cui sono state proposte svariate ipotesi:
1. la tendenza spontanea era la sonorizzazione e la grande quantità di sorde conservate si debba per influsso del latino, anche se sembra strano come si siano conservate parole legate alla quotidianità come vitello, cipolla, lumaca.
2. la tendenza spontanea era la conservazione della sorda, in accordo con i dialetti centro meridionali e le forme sonorizzate si devono all’influsso dei dialetti settentrionali. Questa tesi ha una testimonianza importante, difatti nei toponimi è normale la sorda, come Paterno al posto del settentrionale Paderno, presenti solo al nord, dunque è pensabile che la sonorizzazione si deve a influssi settentrionali. Successivamente, si è pensato, la sonorizzazione, come ha detto Castellani, è diventata una sorta di moda, in cui inizi risalgono agli ultimi anni dell’impero romano o a quelli della dominazione gotica. La pronuncia settentrionale è apparsa degna di essere imitata.
NESSI DI CONSONANTE DIVERSA DA R E S PIU’ IOD


Davanti a una Iod del latino volgare ( in cui erano confluite le i e le e brevi in iato del latino classico) gran parte delle consonanti precedenti si rafforzano. Rafforzamento si ha per le labiali PI, BI, VI: esempi:
SAPIAT—-SAPPIA, SEPIAM—SEPPIA, HABEAT—ABBIA, RABIAM—RABBIA, SIMIAM—SCIMMIA, VINDEMIAM—VENDEMMIA
Se la consonante è un’affricata palatale sorda e sonor(C G ) a la iod viene assorbita da quella consonante. Esempi:
FACIAT—-FACCIA, ACIARUM—ACCIAIO, FAGEUM—-FAGGIO, REGIAM—–REGGIA
Dopo una nasale la iod produce palatalizzazione, cioè fa arretrare l’articolazione della consonante precedente, determinanto una nasale palatale (gn) e una laterale palatale (gli). Esempi
VINEAM—-VIGNA, FILIUM—-FIGLIO, FOLIUM——FOGLIO.
Infine dopo una dentale sorda o sonora T D  la iod intacca la consonante producendo la assibilazione, cioè la trasformata in affricata. Esempi:
PUTEUM—–POZZO, VITIUM——VEZZO, MEDIUM.—-MEZZO, RUDIUM—-ROZZO.
(se il nesso non è in posizione intervocalica il risultato non è una consonante intensa, come fortia, forza, prandium, pranzo).
Già nei primi secoli di era volgare alcune iscrizioni testimoniano forme che presentano il raddoppiamento della consonante davanti a una i in iato, soprattutto nei nomi propri, come Licinnius e altri. L’assibilazione del nesso TI è attribuibile alla fine del 2 secolo, l’epoca alla quale risale una lamina di piombo trovata a Cartagine e scritta in parte in latino e in parte in greco, qui invocano maledizioni contro un certo Vincentius, il cui nome è sempre scritto con TI, con un grafema latino t e il grafema greco zeta, evidentemente si voleva rendere il nesso pronunciato come NTS.
Dal nesso DI si ha un’affricata alveolare, come Prandium pranzo, Hordeum, rozo, Viridiam, verza. Questo è il caso dopo una consonante, ma in posizione intervocalica l’esito è duplice: nel senso che si può avere anche un’affricata palatale, come in Radium, raggio, Medium, moggio, Podium, poggio, Hodie, oggi, Video, veggio.
Molto probabilmente nella Roma del 1 secolo D.C., una corrente popolare doveva aver diffuso una pronuncia iod per le parole DI, da cui si sarà sviluppata un’affricata prepalatale sonora, come in Maiorem, maggiore, Peius, peggio. Ma il controllo della scuola ha preservato da questo trattamento popolare n certo numero di parole, ma anche queste aree di pronuncia più sorvegliata sono stte investite da una nuova ondata nel 2 secolo, quando gran parte delle consonanti si raddoppiavano di fronte a iod, per cui una parola come meius che era riuscita a sopravvivere, divenne verso la fine del secondo secolo mezzus.
Anche il nesso TI va incontro a esiti diversi. In alcuni casi in Toscana si ha una sibilante palatale sonora, un fono non esistente nell’italiana ufficiale, e simile al francese, non a caso si tratta probabilmente di prestiti del francese antico: esempi:
RATIONEM—-RAGIONE, STATONEM—-STAGIONE, PRETIUM—PREGIO, SERVITIUM—-SERVIGIO.  GI
Poi, ma non si sa l’origine, un altro gruppo di forme in cui il nesso Ti è preceduto da consonante si è trasformato in un’affricata prepalatale e non alveolare. Esempi:
CUMINITIARE—-COMINCIARE, EXQUARTIARE—-SQUARCIARE, CAPITIARE—-CACCIARE. CI
NESSO DI R PIU’ IOD


In Toscana e nelle aree vicine il nesso RI ha perso la vibrante, riducendosi al solo Iod. Esempi:
AREAM—-AIA, CORIUM—CUOIO, GLAREAM—GHIAIA, SUFFISSI IN ARIUM, ORIUM, COME CORRIDOIO, SPOGLIATOIO, NOTAIO, FIORAIO.
Nella maggior parte degli altri dialetti invece l’esito è R, come paninaro, palazzinaro, calamaro, palombaro. Nel caso di danaro, denaro, non siamo di fronte a un esito antitoscano, benché nei primi secoli la forma spontanea era danaro, che sopravvive oggi in salvadanaio. Infatti il passaggio RI a I è possibile solo al singolare, nel plurale arriva ad ARI. E’ solo l’analogia che ha modellato gli originali plurali fornari, notari sui singolari notaio, fornaio. Ma nel caso di denaro, che nel sistema monetario medievale rappresentava il sottomultiplo monetario, mentre l’unità era la libbra, era più frequente il plurale- di qui l’estensione al singolare ARO.

NESSO DI S PIU’ IOD


L’ESITO Del nesso SI in Toscana è duplice:
1. sibilante palatale sorda di grado tenue, non esistente nella pronuncia ufficiale; esempi: BASIUM—-BACIO, CAMISIAM—-CAMICIA, CASEUM—CACIO. CI
2. sibilante palatale sonora. Esempi: OCCASIONE—CAGIONE, PENSIONEM—PIGIONE, BLASIUM—-BIAGIO. GI
QUESTA DUPLICITà SI SPIEGA ANCORA CON I TOPONIMI, che testimoniano entrambi gli esiti popolari.

NESSO DI CONSONANTE PIU’ L


Nei nessi di consonante più L questa si palatalizza trasformandosi in Iod;
BLASIUM—-BIAGIO, CLAMAT—CHIAMA, FLOREM—FIORE, GLAREAM—-GHIAIA, PLACET—-PIACE—AMPLUM—AMPIO.
Mentre in posizione intevocalica il risultato è quello di una consonante intensa. Esempi in posizione intervocalica:
OCULUM—-OCCHIO, MACULAM—MACCHIA, SUFFLAT—–SOFFIA, CAPULUM—-CAPPIO, DUPLUM—-DOPPIO, NEBULAM—NEBBIA.

Nel nesso SL sconosciuto al latino e possibile in posizione iniziale e in parole forestiere e in posizione intervocalica in seguito alla sincope di una vocale postonica, si ha l’epentesi di una velare sorda:
SLAVUM—SCHIAVO, INSULAM—ISCHIA
Il nesso TL viene sostituito da CL:esempi:
SITULAM—SECCHIA, VETULUM—VECCHIO, FISTULARE—-FISCHIARE.
Particolare è l’esito di GL. Nel fiorentino antico gli esiti erano quelli regolari, per cui da tegulam si aveva tegghia, da vigilare vegghiare. Le forme attuali però teglia e vegliare si diffondono nel fiorentino del 1500 e costituiscono un esempio di ipercorrettismo, per cui si andava oltre la correzione, dal momento che nel fiorentino del tardo 1400 si erano diffuse pronunce come figghio, pagghia, migghiaio, a Firenze questa pronuncia dovette sembrare talmente forzata da trascinare con sé anche forme come vegghiare e tegghia.